Amnesty International: quel lavoro per la difesa della libertà e dei diritti umani che va raccontato   Leave a comment

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Un incontro interessante accaduto presso il Palazzo dei Gruppi Parlamentari in tema di diritti e democrazia (con la proiezione del film “The Lady”, dedicato alla vita del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, attivista politica in Birmania dove ancora oggi si impone una dittatura) ci ha dato l’occasione per incontrare i rappresentanti di Amnesty International e con loro parlare dell’attività della fondazione e della sempre crescente esigenza di democraticizzazione e libertà. Ne parliamo proprio con Christine Weise, presidente di Amnesty International Italia.

Salve Christine, benvenuta sulla rivista di Radio Alcamo Centrale. Cogliamo l’occasione di questa iniziativa per parlare delle attività che vi riguardano e che meritano di essere conosciute e supportate. Partiamo da zero, anche se la vostra realtà è ben conosciuta, cos’è Amnesty International e di cosa si occupa?

Amnesty International è un movimento di donne e uomini che in tutto il mondo si attivano per difendere i diritti umani; Amnesty è stata fondata 50 anni fa da un gruppo di cittadini di vari paesi che avevano capito che la società civile poteva svolgere un compito molto importante nel ricordare ai governi le loro responsabilità e da allora svolge ricerche sulle violazioni dei diritti umani e denuncia pubblicamente imisfatti che governi irresponsabili vorrebbero tenere segreti.  Le ricerche e le campagne di Amnesty International sono autofinanziate, tramite le quote di iscrizione di socie e soci e tramite donazioni di privati, per garantire l’imparzialità dell’organizzazione rispetto ai finanziamenti statali da cui molte altre organizzazioni dipendono. Le campagne più note sono quelle contro la pena di morte e contro la tortura, insieme a quelle contro la discriminazione e contro la violenza sulle donne. Particolarmente interessante è anche la campagna “Io pretendo dignità” che prende di mira quelle violazioni dei diritti umani che sono insieme causa e conseguenza della povertà; nell’ambito di quella campagna ci rivolgiamo non solo ai governi ma anche alle multinazionali che sono coinvolte nelle violazioni dei diritti umani dei più poveri, in particolare nelle zone ricche di risorse naturali. 

Quali sono le azioni concrete che può fare il lettore di AgoraVox per contribuire al lavoro di Amnesty International?

Ogni lettrice e ogni lettore può fare moltissimo, ed è estremamente facile. Il primo passo è quello di andare sul nostro sito (www.amnesty.it) per firmare le nostre azioni urgenti. Sono petizioni che hanno salvato la vita a tantissime persone, portando i casi di violazioni nascoste a conoscenza di un ampio pubblico. Un secondo passo è quello di utilizzare le informazioni che pubblichiamo di continuo per imparare di più sui diritti umani: solo cittadini informati possono far valere i propri diritti e quelli degli altri. Offriamo diversi percorsi didattici che possono essere utilizzati nelle scuole, i materiali sono disponibili sul sito gratuitamente. Chi sceglie di diventare un vero e proprio attivista per i diritti umani può aggregarsi ad uno dei tanti gruppi locali che organizzano raccolte di firme ed eventi in tutt’Italia, oppure può fondare un gruppo direttamente nel posto dove abita. Ovviamente si può contribuire anche donando il 5 per mille oppure scegliendo di iscriversi ad Amnesty con la domiciliazione bancaria, donando un piccolo importo ogni mese. La Sezione italiana contribuisce come tutte le altre sezioni nazionali a finanziare le numerosissime ricerche di Amnesty International e ha bisogno del contributo di tutti per poter organizzare le campagne in Italia. Non potendo contare su finanziamenti governativi, per Amnesty il contributo economico delle singole persone diventa fondamentale.

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Oltre ad un sostegno monetario si possono supportare gli appelli che hanno lo scopo di far pressione sulle dittature per la tutela dei diritti umani e la liberazione di quegli individui a cui è stata tolta la libertà semplicemente per averla chiesta. Qualche altro esempio oltre quelli già elencati?

Ogni giorno, sul nostro sito, pubblichiamo le buone notizie rispetto a persone liberate grazie alla pressione di Amnesty e dei suoi simpatizzanti. Come potrete vedere cliccando qui: http://www.amnesty.it/archivio-tutte-buone-notizie.html, le buone notizie riguardano condanne a morte commutate ed esecuzioni fermate, prigionieri liberati in paesi come Siria, Sudan, Messico, e Myanmar…

Sono efficaci gli appelli firmati attraverso i moduli che si trovano sul sito di Amnesty? Il dubbio che può venire è: “Una dittatura ne tiene conto?”.

Di una singola lettera, la dittatura probabilmente non tiene conto: un individuo da solo riesce a fare ben poco contro il potere. Se però si uniscono le forze i risultati arrivano: organizzandosi in gruppi, gli esseri umani sono riusciti a fare grandi cose. Se a favore di un prigioniero sconosciuto invece di una arrivano mille richieste di liberazione da tutto il mondo, quel prigioniero non è più sconosciuto. E visto che anche le dittature più atroci cercano di apparire rispettabili, le nostre azioni hanno il potere di mettere in imbarazzo il potere di fronte alla diplomazia internazionale. Questa “pubblicità” alla quale possono contribuire tutti, nel caso di Amnesty International è affiancata a un continuo lavoro di lobby su governi e istituzioni internazionali, come il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, portato avanti dai nostri esperti e ricercatori. Quindi: ognuno, nel suo piccolo, con Amnesty ha la possibilità di fare la sua parte, con carta e penna oppure al computer. Lavorando all’interno di uno dei nostri gruppi locali, si può trovare anche il piacere di stare con persone che si impegnano per gli stessi ideali e sentirsi meno soli nell‘impegno concreto per i diritti umani. 

Parliamo dell’attivista Aung San Suu Kyi: di lei si può approfondire il travagliato ed interessante percorso umano attraverso il film “The Lady” di Luc Besson. La sua vicenda – ancora in corso – è costellata di soprusi subìti e tanto coraggio: una donna apparentemente fragile ma straordinariamente tenace che ha speso la sua vita per il ritorno del Paese alla democrazia: ha saputo conciliare fermezza e prudenza, ha rifiutato l’ipotesi dell’opposizione violenta, ha ricevuto un premio Nobel per la pace. Vuole raccontarci in un simbolico trailer questo spaccato di vita reale? Amnesty International ha contribuito alla sua sicurezza in un posto dove le proteste di studenti e dei monaci tibetani viene repressa violentemente!

Ricordo le azioni di Amnesty International sulla Birmania della fine degli anni ‘80, quando il paese cambiò il suo nome in “Myanmar” e quando, da giovane attivista del gruppo Amnesty di Bologna, imparai le cose terribili che stavano succedendo in quel posto. Ricordo in particolare di aver doppiato un video che mostrava ragazzi giovani, catturati dai soldati e costretti ai lavori forzati come portatori dell’esercito che terrorizzava le popolazioni rurali con una ferocia inaudita. Aung San Suu Kyi era ancora poco nota, scrivevamo lettere per chiedere la sua liberazione e la felicità fu grande quando le assegnarono il Premio Nobel per la Pace.

Parte degli ultimi 23 anni questa donna coraggiosa e profondamente pacifista li ha passati agli arresti domiciliari, tenuta in vita da un’attenzione continua dell’opinione pubblica mondiale e dalla venerazione che il popolo birmano aveva avuto per suo padre e che spaventava persino il regime militare al potere. Ora questo regime è diventato “civile” – sono le stesse persone, che hanno abbandonato le divise, e pare si stia aprendo al mondo. L’Unione Europea in questi giorni ha deciso di togliere le sanzioni (tranne quelle, per fortuna, sulla vendita di armi): l’elezione di Aung San Suu Kyi al parlamento (nelle elezioni suppletive) e il rilascio di centinaia di prigionieri politici ha avuto l’effetto desiderato. Ma non dimentichiamo che alle elezioni principali, il partito di Aung San Suu Kyi aveva rifiutato di partecipare perché le condizioni erano state inaccettabili e che tuttora permangono forti restrizioni della libertà di associazione e di espressione. Speriamo quindi che l’Europa non dimentichi i diritti umani in Myanmar e che sostenga in maniera concreta la lotta di Aung San Suu Kyi per una Birmania libera, democratica e rispettosa dei diritti umani.

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Suona simbolico la scelta della location di proiezione, consumata ieri presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari al Palazzo dei Gruppi Parlamentari. L’Italia è attiva sul processo di democraticizzazione della Birmania?

Auspichiamo che il governo italiano faccia un lavoro efficace di diplomazia, come anche tutti gli altri governi di paesi democratici, che nelle loro costituzioni e nelle convenzioni internazionali si sono impegnati al rispetto e alla tutela dei diritti umani. Purtroppo, spesso nei rapporti diplomatici, sono altri i temi prioritari, in particolare in periodi di crisi economica. È importante che le richieste di Amnesty International al governo italiano siano sostenute da sempre più cittadini e mezzi di informazione. Questo vale in particolare per paesi su cui l’Italia può vantare una forte influenza, per ragioni di vicinanza geografica e per ragioni storiche. Ritengo che la responsabilità dell’Italia sia proporzionale all’influenza che realmente può avere su un paese; attualmente stiamo chiedendo al governo di agire maggiormente per i diritti umani in Libia. Poi, oltre ai rapporti bilaterali che può avere, anche con la Birmania, dove è importante promuovere il rispetto dei diritti umani, l’Italia, come importante attore europeo, dovrebbe farsi promotoredei diritti umani nei rapporti tra Unione Europea e il resto del mondo. È chiaro che un passo importante è anche quello di rispettare le sentenze della Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo che ha più volte condannato l’Italia, recentemente per i respingimenti sul Mediterraneo. Apprezziamo il fatto che il governo abbia espresso l’intenzione di rispettare questa recente sentenza e speriamo che sappia far seguire i fatti alle parole.

Intanto nella nostra penisola si consuma l’anniversario dei fatti di Genova e al cinema un film intitolato “Diaz” racconta le violenze inflitte dalle forze dell’ordine su chi ha protestato. Dopo undici anni dal G8 di Genova, Amnesty International continua a chiedere all’Italia di introdurre il reato di tortura, gli strumenti per prevenire e punire gli abusi di funzionari e agenti delle forze di polizia e le misure per identificare gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Ci sono dei passi avanti in materia?

Per ora no. Si tratta di una delle nostre richieste più importanti e pressanti. L’Italia, con la ratifica della Convenzione sulla Tortura degli anni ’80 si era presa un impegno ben preciso, che continua a non onorare. È importantissimo che l’opinione pubblica si mobiliti su questo tema che, per troppo tempo, è stato ignorato dalla maggioranza dei parlamentari e dai governi passati. A questo proposito invito ogni lettore e lettrice di firmare il nostro appello: http://www.amnesty.it/italia_polizia_operazione_trasparenza.

 

Oltre al sito ufficiale, siete rintracciabili anche sui social network?

Certamente, ci trovate su Facebook e ci potete seguire su Twitter. A fine maggio si svolgeranno le nostre Giornate dell’Attivismo che potranno essere una prima occasione di avvicinarsi ad un gruppo locale per partecipare a un’azione pubblica.

Tra l’altro quest’anno Amnesty compie 50 anni, sarà una buona occasione per incontrarsi. Grazie per la collaborazione da parte di tutta la redazione di AgoraVox.

Grazie a voi, a presto…

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Nella foto: Christine Weise,

la presidente di Amnesty International Italia che ha risposto alle nostre domande

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Pubblicato 3 maggio 2012 da fabiobarbera in Senza categoria

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