Archivio per maggio 2012

Amnesty International: quel lavoro per la difesa della libertà e dei diritti umani che va raccontato   Leave a comment

Immagine

Un incontro interessante accaduto presso il Palazzo dei Gruppi Parlamentari in tema di diritti e democrazia (con la proiezione del film “The Lady”, dedicato alla vita del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, attivista politica in Birmania dove ancora oggi si impone una dittatura) ci ha dato l’occasione per incontrare i rappresentanti di Amnesty International e con loro parlare dell’attività della fondazione e della sempre crescente esigenza di democraticizzazione e libertà. Ne parliamo proprio con Christine Weise, presidente di Amnesty International Italia.

Salve Christine, benvenuta sulla rivista di Radio Alcamo Centrale. Cogliamo l’occasione di questa iniziativa per parlare delle attività che vi riguardano e che meritano di essere conosciute e supportate. Partiamo da zero, anche se la vostra realtà è ben conosciuta, cos’è Amnesty International e di cosa si occupa?

Amnesty International è un movimento di donne e uomini che in tutto il mondo si attivano per difendere i diritti umani; Amnesty è stata fondata 50 anni fa da un gruppo di cittadini di vari paesi che avevano capito che la società civile poteva svolgere un compito molto importante nel ricordare ai governi le loro responsabilità e da allora svolge ricerche sulle violazioni dei diritti umani e denuncia pubblicamente imisfatti che governi irresponsabili vorrebbero tenere segreti.  Le ricerche e le campagne di Amnesty International sono autofinanziate, tramite le quote di iscrizione di socie e soci e tramite donazioni di privati, per garantire l’imparzialità dell’organizzazione rispetto ai finanziamenti statali da cui molte altre organizzazioni dipendono. Le campagne più note sono quelle contro la pena di morte e contro la tortura, insieme a quelle contro la discriminazione e contro la violenza sulle donne. Particolarmente interessante è anche la campagna “Io pretendo dignità” che prende di mira quelle violazioni dei diritti umani che sono insieme causa e conseguenza della povertà; nell’ambito di quella campagna ci rivolgiamo non solo ai governi ma anche alle multinazionali che sono coinvolte nelle violazioni dei diritti umani dei più poveri, in particolare nelle zone ricche di risorse naturali. 

Quali sono le azioni concrete che può fare il lettore di AgoraVox per contribuire al lavoro di Amnesty International?

Ogni lettrice e ogni lettore può fare moltissimo, ed è estremamente facile. Il primo passo è quello di andare sul nostro sito (www.amnesty.it) per firmare le nostre azioni urgenti. Sono petizioni che hanno salvato la vita a tantissime persone, portando i casi di violazioni nascoste a conoscenza di un ampio pubblico. Un secondo passo è quello di utilizzare le informazioni che pubblichiamo di continuo per imparare di più sui diritti umani: solo cittadini informati possono far valere i propri diritti e quelli degli altri. Offriamo diversi percorsi didattici che possono essere utilizzati nelle scuole, i materiali sono disponibili sul sito gratuitamente. Chi sceglie di diventare un vero e proprio attivista per i diritti umani può aggregarsi ad uno dei tanti gruppi locali che organizzano raccolte di firme ed eventi in tutt’Italia, oppure può fondare un gruppo direttamente nel posto dove abita. Ovviamente si può contribuire anche donando il 5 per mille oppure scegliendo di iscriversi ad Amnesty con la domiciliazione bancaria, donando un piccolo importo ogni mese. La Sezione italiana contribuisce come tutte le altre sezioni nazionali a finanziare le numerosissime ricerche di Amnesty International e ha bisogno del contributo di tutti per poter organizzare le campagne in Italia. Non potendo contare su finanziamenti governativi, per Amnesty il contributo economico delle singole persone diventa fondamentale.

Immagine

Oltre ad un sostegno monetario si possono supportare gli appelli che hanno lo scopo di far pressione sulle dittature per la tutela dei diritti umani e la liberazione di quegli individui a cui è stata tolta la libertà semplicemente per averla chiesta. Qualche altro esempio oltre quelli già elencati?

Ogni giorno, sul nostro sito, pubblichiamo le buone notizie rispetto a persone liberate grazie alla pressione di Amnesty e dei suoi simpatizzanti. Come potrete vedere cliccando qui: http://www.amnesty.it/archivio-tutte-buone-notizie.html, le buone notizie riguardano condanne a morte commutate ed esecuzioni fermate, prigionieri liberati in paesi come Siria, Sudan, Messico, e Myanmar…

Sono efficaci gli appelli firmati attraverso i moduli che si trovano sul sito di Amnesty? Il dubbio che può venire è: “Una dittatura ne tiene conto?”.

Di una singola lettera, la dittatura probabilmente non tiene conto: un individuo da solo riesce a fare ben poco contro il potere. Se però si uniscono le forze i risultati arrivano: organizzandosi in gruppi, gli esseri umani sono riusciti a fare grandi cose. Se a favore di un prigioniero sconosciuto invece di una arrivano mille richieste di liberazione da tutto il mondo, quel prigioniero non è più sconosciuto. E visto che anche le dittature più atroci cercano di apparire rispettabili, le nostre azioni hanno il potere di mettere in imbarazzo il potere di fronte alla diplomazia internazionale. Questa “pubblicità” alla quale possono contribuire tutti, nel caso di Amnesty International è affiancata a un continuo lavoro di lobby su governi e istituzioni internazionali, come il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, portato avanti dai nostri esperti e ricercatori. Quindi: ognuno, nel suo piccolo, con Amnesty ha la possibilità di fare la sua parte, con carta e penna oppure al computer. Lavorando all’interno di uno dei nostri gruppi locali, si può trovare anche il piacere di stare con persone che si impegnano per gli stessi ideali e sentirsi meno soli nell‘impegno concreto per i diritti umani. 

Parliamo dell’attivista Aung San Suu Kyi: di lei si può approfondire il travagliato ed interessante percorso umano attraverso il film “The Lady” di Luc Besson. La sua vicenda – ancora in corso – è costellata di soprusi subìti e tanto coraggio: una donna apparentemente fragile ma straordinariamente tenace che ha speso la sua vita per il ritorno del Paese alla democrazia: ha saputo conciliare fermezza e prudenza, ha rifiutato l’ipotesi dell’opposizione violenta, ha ricevuto un premio Nobel per la pace. Vuole raccontarci in un simbolico trailer questo spaccato di vita reale? Amnesty International ha contribuito alla sua sicurezza in un posto dove le proteste di studenti e dei monaci tibetani viene repressa violentemente!

Ricordo le azioni di Amnesty International sulla Birmania della fine degli anni ‘80, quando il paese cambiò il suo nome in “Myanmar” e quando, da giovane attivista del gruppo Amnesty di Bologna, imparai le cose terribili che stavano succedendo in quel posto. Ricordo in particolare di aver doppiato un video che mostrava ragazzi giovani, catturati dai soldati e costretti ai lavori forzati come portatori dell’esercito che terrorizzava le popolazioni rurali con una ferocia inaudita. Aung San Suu Kyi era ancora poco nota, scrivevamo lettere per chiedere la sua liberazione e la felicità fu grande quando le assegnarono il Premio Nobel per la Pace.

Parte degli ultimi 23 anni questa donna coraggiosa e profondamente pacifista li ha passati agli arresti domiciliari, tenuta in vita da un’attenzione continua dell’opinione pubblica mondiale e dalla venerazione che il popolo birmano aveva avuto per suo padre e che spaventava persino il regime militare al potere. Ora questo regime è diventato “civile” – sono le stesse persone, che hanno abbandonato le divise, e pare si stia aprendo al mondo. L’Unione Europea in questi giorni ha deciso di togliere le sanzioni (tranne quelle, per fortuna, sulla vendita di armi): l’elezione di Aung San Suu Kyi al parlamento (nelle elezioni suppletive) e il rilascio di centinaia di prigionieri politici ha avuto l’effetto desiderato. Ma non dimentichiamo che alle elezioni principali, il partito di Aung San Suu Kyi aveva rifiutato di partecipare perché le condizioni erano state inaccettabili e che tuttora permangono forti restrizioni della libertà di associazione e di espressione. Speriamo quindi che l’Europa non dimentichi i diritti umani in Myanmar e che sostenga in maniera concreta la lotta di Aung San Suu Kyi per una Birmania libera, democratica e rispettosa dei diritti umani.

Immagine

Suona simbolico la scelta della location di proiezione, consumata ieri presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari al Palazzo dei Gruppi Parlamentari. L’Italia è attiva sul processo di democraticizzazione della Birmania?

Auspichiamo che il governo italiano faccia un lavoro efficace di diplomazia, come anche tutti gli altri governi di paesi democratici, che nelle loro costituzioni e nelle convenzioni internazionali si sono impegnati al rispetto e alla tutela dei diritti umani. Purtroppo, spesso nei rapporti diplomatici, sono altri i temi prioritari, in particolare in periodi di crisi economica. È importante che le richieste di Amnesty International al governo italiano siano sostenute da sempre più cittadini e mezzi di informazione. Questo vale in particolare per paesi su cui l’Italia può vantare una forte influenza, per ragioni di vicinanza geografica e per ragioni storiche. Ritengo che la responsabilità dell’Italia sia proporzionale all’influenza che realmente può avere su un paese; attualmente stiamo chiedendo al governo di agire maggiormente per i diritti umani in Libia. Poi, oltre ai rapporti bilaterali che può avere, anche con la Birmania, dove è importante promuovere il rispetto dei diritti umani, l’Italia, come importante attore europeo, dovrebbe farsi promotoredei diritti umani nei rapporti tra Unione Europea e il resto del mondo. È chiaro che un passo importante è anche quello di rispettare le sentenze della Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo che ha più volte condannato l’Italia, recentemente per i respingimenti sul Mediterraneo. Apprezziamo il fatto che il governo abbia espresso l’intenzione di rispettare questa recente sentenza e speriamo che sappia far seguire i fatti alle parole.

Intanto nella nostra penisola si consuma l’anniversario dei fatti di Genova e al cinema un film intitolato “Diaz” racconta le violenze inflitte dalle forze dell’ordine su chi ha protestato. Dopo undici anni dal G8 di Genova, Amnesty International continua a chiedere all’Italia di introdurre il reato di tortura, gli strumenti per prevenire e punire gli abusi di funzionari e agenti delle forze di polizia e le misure per identificare gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico. Ci sono dei passi avanti in materia?

Per ora no. Si tratta di una delle nostre richieste più importanti e pressanti. L’Italia, con la ratifica della Convenzione sulla Tortura degli anni ’80 si era presa un impegno ben preciso, che continua a non onorare. È importantissimo che l’opinione pubblica si mobiliti su questo tema che, per troppo tempo, è stato ignorato dalla maggioranza dei parlamentari e dai governi passati. A questo proposito invito ogni lettore e lettrice di firmare il nostro appello: http://www.amnesty.it/italia_polizia_operazione_trasparenza.

 

Oltre al sito ufficiale, siete rintracciabili anche sui social network?

Certamente, ci trovate su Facebook e ci potete seguire su Twitter. A fine maggio si svolgeranno le nostre Giornate dell’Attivismo che potranno essere una prima occasione di avvicinarsi ad un gruppo locale per partecipare a un’azione pubblica.

Tra l’altro quest’anno Amnesty compie 50 anni, sarà una buona occasione per incontrarsi. Grazie per la collaborazione da parte di tutta la redazione di AgoraVox.

Grazie a voi, a presto…

 Immagine

Nella foto: Christine Weise,

la presidente di Amnesty International Italia che ha risposto alle nostre domande

Pubblicato 3 maggio 2012 da fabiobarbera in Senza categoria

Il 17 maggio è la giornata mondiale contro l’omofobia ne parliamo con l’onorevole Anna Paola Concia   Leave a comment

Immagine

Mentre il 17 maggio si svolgerà l’ottava giornata mondiale contro l’omofobia – evento realizzato per la prima volta nel 2005 per iniziativa del curatore del “Dictionnaire de l’Homophobie” – l’Italia si trova ancora in un vuoto legislativo per quanto riguarda la creazione di norme contro il reato di omofobia e sul riconoscimento dello stato di famiglia da parte di coppie di fatto o dello stesso sesso. Ne parliamo con chi in parlamento si batte per questo e molto altro ancora.

Salve onorevole, iniziamo questa intervista partendo da una data: il 17 maggio sarà la giornata internazionale contro l’omofobia, lei che monitora quotidianamente le notizie relative a casi di discriminazione, che fotografia ci offre dell’Italia del 2012? E’ un po’ più tollerante?

Quello che posso dire è che malgrado il lungo lavoro fatto in Commissione Giustizia, i molti casi di violenza omofoba e transfoba denunciati, la pressione fatta dalle associazioni lgbt e da importanti esponenti della società civile,  il Parlamento italiano si ostina a non voler approvare una legge di civiltà che tutta l’Europa ha già fatto da molti anni. Non è una questione di tolleranza, ma di civiltà di un paese.

 Immagine

Quante segnalazioni riceve periodicamente? Ce ne racconta qualcuna?

Ogni giorno ricevo mail di ragazze e ragazzi che denunciano casi più o meno gravi di violenza omofoba. Spesso molti di questi casi non arrivano sui giornali perché c’è una forte reticenza a denunciare, come se questi ragazzi si sentissero in colpa. Ecco a cosa servirebbe una legge: a creare quegli anticorpi sociali contro l’intolleranza, per non far sentire più solo nessuna vittima di violenza omofoba e soprattutto dargli il coraggio di denunciare.

Il 23 maggio scorso si sarebbe dovuta votare una legge contro l’omofobia proposta proprio da lei. Ma il testo si è arroccato in parlamento, mantenendo così il vuoto legislativo in materia. Perché una legge che regoli i reati di omofobia (spesso responsabili di suicidi, violenze, bullismo e morti) fa così tanta paura?

Perché il parlamento italiano è mostruosamente incapace di stare in contatto con la gente comune, con le persone che lavorano, con i giovani. Mentre la società italiana va avanti e progredisce, la nostra classe dirigente è rimasta immobile, ferma a trent’anni fa, incapace di capire i mutamenti in atto. Concedere diritti e tutele giuridiche agli omosessuali fa ancora paura a una parte dei miei colleghi. In questo le gerarchie vaticane – è inutile negarlo – hanno avuto un forte ruolo di pressione, ma è colpa della politica, della sua scarsa autonomia decisionale.

Ecco, un grosso incentivo al conservatorismo sembra provenire proprio dalla Chiesa Cattolica e dai suoi sostenitori. Lo psichiatra cattolico Francesco Bruno, ad esempio, dalle pagine di Pontifex esterna: “L’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso che non si debba parlare di malattia, a proposito dell’omosessualità, e sappiamo con quali criteri ha scelto. Io rimango della mia idea e le denunce dei gay non mi fanno paura. L’omosessualità è anormale”. C’è la tendenza nel mondo cattolico a proporsi come palestre istituzionalizzate di intolleranza?

Purtroppo Bruno si pone al di fuori di quello che dicono trent’anni di studi psico-sociali, i pareri dell’Organizzazione Mondiale della sanità, degli ordini degli psicologi e degli psichiatri internazionali. Ora, o l’intera comunità scientifica è fatta di imbecilli e il professore Bruno è l’unico intelligente, oppure siamo di fronte ad un uomo irresponsabile che semina intolleranza e parla a vanvera. Non è un caso che scelga un sito estremista come Pontifex per fare le sue esternazioni, di certo in altri mezzi di informazione cattolici moderati non avrebbe avuto lo stesso spazio.

Approposito, dalla pagina facebook di Paolo Patanè (il presidente di Arcigay) si legge: “Dal Cile Bertone ritorna ad accostare l’omosessualità alla pedofilia, mentre in Italia il cardinale Scola da una parte dice che la chiesa deve parlare di famiglia, perché su questi temi non si può essere neutrali, e da un’altra dice che però i Comuni non debbono occuparsene perché non li riguarda. Tutto ridicolo e grottesco? Forse …però proprio in Cile un ragazzo gay è stato martirizzato in sei ore d’inferno… e quelle parole di Bertone mi appaiono per questo ancora più ignobili e crudeli”. Si può ancora morire per differenze di genere e differenze sessuali?

Le differenze di genere riguardano le donne, perché il genere sessuale non ha nulla a che fare con l’orientamento sessuale. Comunque come dimostra la cronaca recente si può morire sia a causa delle differenze di genere, basta pensare ai tanti casi di omicidi di donne,  sia in ragione dell’orientamento sessuale. Il caso del ragazzo gay cileno mi ha colpito molto, vorrei che coloro che dicono che un’emergenza omofobia non esiste pensassero a quella madre che ha visto morire il proprio figlio pestato a sangue perché omosessuale.

Per contro la Cassazione ha riconosciuto il diritto alle coppie di qualunque orientamento di essere riconosciute come famiglia e l’Europa chiede di abbattere quelle disparità che in materia generano un deficit democratico. Suona differente dai categorici “NO” delle italiche rappresentanze partitiche?

L’Europa prima, la Corte Costituzionale e la Cortedi Cassazione ci hanno detto chiaramente che il parlamento deve fare una legge per riconoscere diritti certi alle coppie omosessuali. Diritti che riguardano la vita familiare. Adesso è il compito della politica assumersi la responsabilità di legiferare. Il gruppo del PD, per questo,  ha chiesto e ottenuto di iniziare la discussione delle proposte di legge in commissione Giustizia. Non si può più rimandare questo appuntamento con la storia

Il 2013 sarà anche l’anno delle elezioni politiche. E’ psicologicamente pronta ad affrontarle?

Io sono una combattente, faccio politica perché voglio cambiare questo paese, renderlo più civile, più moderno e più europeo. Non mi spaventa la sfida elettorale, anzi.

Dove trovarla sul web?

Sono sia su Twitter che su FB ed ho anche un blog www.paolaconcia.it. Inoltre rispondo personalmente a tutte le mail e i messaggi che mi inviano.

L’appuntamento con lei è in libreria con la biografia intitolata “La vera storia dei miei capelli bianchi”, Altre iniziative che la riguardano e che vuole condividere con i nostri lettori?


Abbiamo da poco iniziato la discussione parlamentare per fare una buona legge sulle unioni gay. Aspetto al varco il Governo Monti. Se è vero che il governo più filoeruopeista della storia repubblicana lo dimostri riportando in Europa l’Italia anche sul piano dei diritti civili. Se ciò non dovesse accadere mi aspetto dal mio partito che si presenti alle prossime elezioni con una proposta seria, avanzata e credibile sui diritti civili.

Immagine

Immagine

Pubblicato 2 maggio 2012 da fabiobarbera in Senza categoria

Sonia Alfano è il nuovo presidente della Commissione Antimafia Europea   Leave a comment

L’europarlamentare Sonia Alfano – figlia del giornalista ucciso da Cosa Nostra – è stata eletta a Strasburgo Presidente della Commissione Antimafia Europea (CRIM). Guiderà così l’organismo appena istituito e al Corriere dichiara: «Li staneremo, anche fra i colletti bianchi».

Immagine

La nomina è avvenuta durante la seduta costitutiva del nuovo organismo contro il crimine organizzato, la corruzione e il riciclaggio di denaro, istituito il 14 marzo scorso. Si tratta della prima Commissione Antimafia dell’Unione Europea, che quindi segna in maniera importante il corso della storia delle istituzioni europee e della lotta globale alle mafie. La Commissione, composta da 45 membri del Parlamento e il cui mandato avrà la durata di un anno, rinnovabile per una volta, si occuperà di rafforzare la cooperazione tra tutti gli organi che, a livello nazionale, europeo e internazionale, sono impegnati nella lotta al crimine organizzato. Ne parliamo proprio con la protagonista di questa buona notizia, Sonia Alfano.

Salve onorevole, con questa nomina e l’ufficializzazione di un organismo che combatte le mafie a livello europeo si lancia un segnale forte! L’Unione Europea fa finalmente sul serio in tema di lotta alla criminalità organizzata?

Sì, devo dire con molto piacere abbiamo accolto un segnale fortissimo che il Parlamento Europeo ha dato sin dall’ottobre scorso, quando è stata approvata a maggioranza larghissima la mia risoluzione che prevedeva appunto l’istituzione di questa commissione parlamentare sulla criminalità organizzata. E non solo: il mandato di questa commissione include anche corruzione e riciclaggio di denaro, tre aspetti legati tra loro che hanno di fatto massacrato l’economia legale dei 27 Paesi dell’Unione Europea e dei cittadini a cui con questa istituzione possiamo e vogliamo assicurare molta più sicurezza e soprattutto molta più libertà!

La corruzione è quindi un aspetto allarmante della criminalità?

Proprio così, mi dispiace sottolineare il fatto che da una ricerca fatta dalla Commissione Europea emerge che la corruzione come sistema criminale incide ogni anno sul sistema economico europeo per circa 120 miliardi di euro, di questi soltanto 60 riguardano l’Italia. Io a pochi minuti dalla mia elezione ho detto che la corruzione è quel brodo melmoso nel quale si muovono i sistemi criminali che aggrappandosi all’interno delle istituzioni e dell’economia legale fanno in modo di trasformarle in mafie!

Una comune lotta migliorerà la condizione di vivibilità nei paesi dove le mafie sono fortemente radicate?

E’ quello il tentativo, non pensiamo però che le mafie siano solo un problema italiano. Noi abbiamo fatto un monitoraggio molto ampio attraverso il quale siamo riusciti a tracciare un quadro della situazione che non è per nulla confortante: abbiamo diverse tipologie di mafie oltre a quelle italiane a cui dobbiamo aggiungere la mafia nigeriana, quella russa, cinese, giapponese e quella dell’area balcanica. Hanno avuto tutte indistintamente una forte capacità di radicamento anche in quei territori che potrebbero sembrare fuori da determinate idee, come ad esempio la Svezia o l’Olanda. Vedete, fare la considerazione che le mafie siano solo un problema del sud Italia ha condotto questi sistemi criminali a lavorare nell’indifferenza delle istituzioni che purtroppo hanno sottovalutato la loro forza, la loro capacità e soprattutto il loro sistema ben collaudato, permettendogli così di introdursi all’interno delle istituzioni e anche all’interno delle forze di polizia. Un allarme fortissimo in tal senso c’è stato rivolto dai Paesi dell’est, nei quali si registra un alto livello di corruzione proprio all’interno delle forze di polizia! Il nostro obbiettivo sarà quello di metterci a lavorare immediatamente.

Dall’Espresso si legge un’immagine chiara di quella che sarà la vostra attività di controllo: “Un carico di cocaina arrivato a Rotterdam su una nave cargo, l’indagine su un clan di narcotrafficanti che va in fumo perché la legge olandese non consente di ritardare l’arresto di uno spacciatore per risalire ai capi delle organizzazioni. L’estorsione al titolare di un ristorante in Germania, compiuta da due calabresi affiliati alla ‘ndrangheta, che viene denunciata ma che non risolve il problema: finiti in cella i due esattori, due mesi dopo si presentano i sostituti che tornano a chiedere allo stupefatto tedesco il pagamento del “pizzo”, mentre i capobastone restano sconosciuti agli inquirenti. E poi i tempi delle perquisizioni nelle case di esponenti dei clan che non possono scattare tutte nello stesso momento, a Palermo come a Lanzarote, perché la legge spagnola non prevede che questo tipo di attività investigativa si svolga di notte. O il traffico di armi in partenza dal Kosovo, dove per pochi spiccioli i clan criminali possono acquistare bazooka o esplosivo”. L’agenda della Commissione è già attiva nonostante la giovanissima età?

Il lavoro è lungo, già nei mesi precedenti ho cominciato un proficuo scambio di collaborazioni con organismi europei e internazionali come la Commissione Europea, Europol, Interpol, Eurojust, la Corte dei Conti europea, l’UNODC e tutte quelle realtà che si occupano di contrastare il crimine organizzato. Questo perché abbiamo avuto in questi anni la sensazione e la conferma che non possiamo pensare di affrontare la lotta alle mafie senza l’apporto e la collaborazione di tutti gli organismi che poi sono chiamati a questo tipo di attività. Noi abbiamo il compito, come Commissione Europea, di fare da guida politica in questo contesto, ma le autorità giudiziarie ed investigative dovranno dirci di quali strumenti hanno bisogno.

Si tratta di regolamentare l’antimafia?

L’obbiettivo è quello di consegnare un testo unico antimafia: un piano di contrasto al crimine organizzato. Perché fino a quando ogni Paese continuerà ad affrontare questo problema con le leggi ordinarie e con il proprio sistema giudiziario, aimè, non andremo da nessuna parte, anzi! Non faremo altro che agevolare il continuo radicamento e rafforzamento dei sistemi criminali. Noi abbiamo bisogno ad esempio che il reato di associazione mafiosa venga riconosciuto in tutti i 27 Stati membri! Analogamente è necessario che il reato di autoriciglaggio sia riconosciuto in tutti i Paesi europei, mi dispiace dire che l’Italia è uno di quei pochissimi (se non l’unico) Paese all’interno dell’Unione Europea che non ha introdotto tale reato. 

Suo padre – Beppe Alfano, giornalista ucciso dalla mafia – sarebbe orgoglioso di un tale e notevole passo avanti in tema di contrasto al crimine organizzato. E come ennesimo atto forte e simbolico alla vicepresidenza si è insediato Rosario Crocetta, anch’egli membro attivo in Europa e simbolo della lotta alla mafia sin da quando era sindaco di Gela. Sarà una commissione che conosce bene il fenomeno perché lo ha vissuto sulla sua pelle, quindi?

Assolutamente sì. Ci sono quattro vice-presidenti per quarantacinque deputati all’interno di questa commissione. Qualcuno ha storto il naso dicendo ‘come mai tutti Italiani?…’, non perché sia un problema italiano, come dicevo pocanzi, ma perché purtroppo per ovvi motivi noi siamo quelli che  non solo hanno vissuto il fenomeno sulla propria pelle ma hanno un tantino di esperienza in più rispetto a quei Paesi dove il radicamento delle mafie viene affrontato con le leggi ordinarie.

Vogliamo avvicinare l’ambiente europeo ai cittadini che magari in questo momento di crisi lo vedono piuttosto distante? Come procedono i lavori all’interno del Parlamento Europeo?

Mi rendo conto che spesso il sistema dell’informazione non parla assolutamente di quello che è questa macchina elefantiaca chiamata Unione Europea. Anzi spesso le notizie che vengono date sono fuorvianti, sia ben chiaro che l’Europa non ha mai chiesto a nessun Paese di ridurre un popolo a lacrime e sangue. La crisi economica attraversa e coinvolge tutti i 27 Paesi dell’Unione, ci sono quei Paesi che hanno una leadership debole e che poi subiscono di fatto una serie di azioni e altri come il nostro che hanno una leadership un tantino di parte. Sono stata una delle prime che ha alzato il livello di attenzione rispetto a questo governo tecnico, formato quasi esclusivamente da banchieri, da tecnici che hanno dei conflitti di interessi all’interno dei sistemi bancari e non solo. Il fatto che il presidente Monti sia stato un Commissario Europeo o il fatto che altri siano stato amministratori delegati di banche non significa che ci faranno uscire dalla crisi, anzi.

Non guarda di buon occhio il governo tecnico?

Io contesto il fatto che siano stati effettuati dei tagli alla spesa pubblica, perché se si operano tagli alla sanità, alla scuola, alla cultura, ai servizi fondamentali ed essenziali per la vita dei cittadini come pensiamo poi di voler uscire da una crisi? Mentre tutti gli altri Paesi investono nella scuola e nella cultura proprio per poter formare le generazioni future noi andiamo controtendenza. Come si può pensare poi di uscire da una crisi se continuiamo a dare la libertà totale e indisturbata alle grandi aziende di licenziare i propri dipendenti? Come pensiamo di uscire dalla crisi se continuiamo ad alzare tasse e diminuiamo il potere d’acquisto dei cittadini? Questo non accade in tutti Europa: io vivo quattro-cinque giorni alla settimana tra il Belgio e la Francia e in quei Paesi non si registra la situazione che stiamo vivendo noi. Intanto mi permetto di dire che in Italia c’è un costo altissimo della politica, ma non è solo un problema di stipendi ai deputati. Qualcuno dimentica che nel nostro Paese ad esempio i cittadini pagano ogni anno qualche milioncino di euro per riparare gli arazzi del Quirinale. Io credo che sguazziamo negli scandali: siamo la nazione col più alto numero di scorte e tutele utilizzate da politici, giornalisti, falsi giornalisti e non solo, non perché c’è un pericolo costante, vengono assegnate come status symbol. Se cominciamo a ridurre tutte queste situazioni forse potremmo essere più credibili.

Un’analisi lucida e condivisibile che prosegue tra l’altro sul suo sito www.soniaalfano.it. Utilizza anche i social network per fare rete con elettori, curiosi e cittadini?

Sì sono su facebook: https://www.facebook.com/pages/Sonia-Alfano/40869527363 e da poco anche su twitter: http://twitter.com/#!/soniaalfano.

A presto e giungano i complimenti e il sostegno dalla nostra redazione per la nuova, importante attività!

Grazie e buon lavoro, arrivederci!

Pubblicato 2 maggio 2012 da fabiobarbera in Senza categoria